FAI LA FRILèNS, NO?!


E’scientificamente testato dalla sottoscritta che uno su quattro degli addetti al telemarketing e teleselling (aspettatevi un post su questa sottile differenza a breve) è un laureato/laureando in una qualsiasi facoltà.

Solo sul campione da me studiato abbiamo: psicologhe già abilitate e non, economiste di ogni genere (scienze manageriali, economia e amministrazione e via dicendo), le povere linguiste, interpreti e traduttrici di cui faccio parte, drammaturghe e storiche del teatro (mia vicina di postazione del turno di oggi), laureande in medicina, biologhe fatte e finite, ogni sorta di tecniche di farmacia, radiologia e qualsiasi altra cosa finisca in -ia; non da meno architette e avvocatesse (anche se, in verità, l’unica conosciuta è fuggita dopo la prima giornata di formazione: dev’essere stato davvero troppo per lei).

Insomma: per la serie che se nel call center qualcuno si sente male, ha problemi di comunicazione o di calcoli, necessita di una seduta terapeutica o di una strategia aziendale, ha in mente di ristrutturare casa o ha un dubbio sul nome della forma di vita cresciuta in quel vaso dimenticato sul davanzale… Bene, noi ce l’abbiamo.

Non per niente, vendiamo servizi per le aziende, siamo gente completa, che vi credete?!

Tornando a noi, tante volte ho sentito dire da studenti o ex studenti universitari ‘io in un call center? Neanche morto/a, piuttosto la fame’. Fino al più recente ‘cccioèssscusa, ma invece di stare lì per guadagnare qualcosa, perché non fai la frilèns con quello che hai studiato? Cioè tanto precaria per precaria, scusa eh, tanto i soldi sempre pochi sono, almeno fai quello che ti piace’.

M A D I C I S U L S E R I O ?!

Càppero che scoperta!!! Non ci avevo mai pensato, ma davvero mai mai mai, che mi piacerebbe vivere un’esistenza di precariato ed euro contati nel portafogli facendo quello che mi piace e in cui sono competente e per cui ho dato circa 50 esami in cinque anni e scritto due tesi. L’idea non mi aveva minimamente sfiorato il cervello!!

In fondo come puoi pensare che a uno che ha studiato lingue piacerebbe di più guadagnare 400 euro al mese facendo traduzioni di ogni settore esistente a costo di perdere due decimi di vista piuttosto che chiamare le aziende e prendersi improperi inventati e non?

Mi sembra logico e naturale che una persona laureata in economia, appassionata di marketing, preferisca diventare un’addetta alla vendita telefonica (altra definizione, ma siamo sempre noi, eh) piuttosto che lavorare in P.IVA creando strategie aziendali, anche magari correndo il rischio di lavorare a dieci progetti a novembre e neanche a mezzo a dicembre.

Mi sembra, soprattutto, sensato che una psicologa lasci perdere la possibilità di lavorare come libera professionista in diversi centri o strutture, anche sottopagata, però facendo quello che le piace e per cui ha passato notti a memorizzare i nomi di tutte le patologie e gli ingrippi mentali che siamo capaci di farci venire. E’ovvio che preferisca di gran lunga analizzare quale problema psicologico si nasconda dietro l’ennesima risposta da brivido urlata attraverso la cuffia.

No? NO. Chiariamolo una volta per tutte: se potessimo fare i freelance, se riuscirci fosse facile e questo fosse una valida alternativa ad un lavoro con contratto a tempo indeterminato nel proprio campo o anche in uno differente… sappiatelo: probabilmente i call center non esisterebbero. Semplicemente, NON E’COSì FACILE.

Non è facile crearsi un portfolio valido, che non venga guardato come l’ennesimo CV-cartastraccia dell’ennesimo neolaureato senza esperienza valida; non è facile trovare i contatti giusti e mantenere le collaborazioni nel tempo; e se anche si ha la fortuna di beccare qualcosa di interessante e gratificante, nel 97,5% dei casi è talmente sporadico e mal pagato che, comunque, non è un valido sostituto della paga fissa di un call center, economicamente parlando.

E tenete sempre a mente che non percepiamo lo stipendio di Briatore, ma manco quello di una normale segretaria assunta full-time, molto spesso – oltre al fatto che se per caso il nostro rendimento cala, perdiamo il lavoro da un giorno all’altro (ricordate? Quel simpatico co.co.pro..)

Potrei contare sulla punta delle dita le volte che ho tradotto o fatto l’interprete da ‘freelance’, ricordo ancora quanto sono stata retribuita e la cadenza (mensile? sarei già troppo fortunata!) con cui si è contattati per fare il proprio lavoro.

Quindi, tu che così ovviamente mi dici che sbaglio e dovrei piuttosto fare il mio lavoro anche senza garanzie economico-contrattuali: ciucciati il calzino. Capitan Ovvio l’hanno già inventato.

CAMBIAMENTI (NON RICHIESTI)

Ci sono cose, in questo lavoro, che ti fanno davvero girare quelle che chiameremo scatole perché sono pur sempre una signorina bene educata.

E cosa, vi chiederete voi, può farlo più del lavoro stesso?

Oh, vi assicuro che è possibile. Succede quando impari alcune caratteristiche dei diversi turni lavorativi svolgendo da un pò di mesi questa ‘professione’ (co.co.co.co…. inevitabile che mi risuoni in testa il verso di quell’animale che da Cochi&Renato veniva definito ‘non intelligente’… lo si capisce da come guarda la gente!). 

Impari, ad esempio, che c’è una netta differenza tra un turno di mattina ed uno di pomeriggio. A parte l’inevitabile scazzo di lavorare fino a che fuori è buio (cit. Tiziano Ferro), che esci che tuttoèchiusoèoradicenailcorsoinpalestraègiàiniziatoeperl’aperitivoètardi, a parte la cosiddetta papagna (vedi anche: appisolamento) del dopo pranzo, proprio quando invece devi uscire e concentrare ogni tua capacità verbale, persuasiva e ricettiva per non addormentarti in postazione, capisci anche che c’è una netta differenza di CONTATTABILITA’, come viene definita dagli esperti del settore.

Di mattina, la percentuale di possibilità di trovare un titolare in sede e riuscirci a parlare sfiora, diciamo, un ottimista 80%. Il pomeriggio, le possibilità su 3 chiamate sono che a) 1 su 3 sia un fax/segreteria telefonica/occupato a vita, b) due volte su tre ti risponderà un’amabile segretaria/assistente/collaboratrice dicendoti ‘macché SIGNORA, ma ha visto che ore sono?! Secondo lei alle ore 16.27 il titolare è ancora qui?! Nnnnoooo, deve riprovare in mattinata!’, e via così fino a fine turno.

A parte situazioni straordinarie, zone particolarmente attive o con stile di vita simile al modello spagnolo (parliamo soprattutto del Sud Italia), è un dato di fatto. Il turno pomeridiano, per chi molesta i cosiddetti clienti business (ovvero le aziende e non le abitazioni private) è meno produttivo.

Rischi, in quattro ore di un part-time qualunque come il mio, di perderti in mille modi.

Di scrivere l’incipit di un romanzo tragicomico sul block notes dove appunti il tuo operato.

Di pensare ai 101 rapidi modi per porre fine a questa agonia.

Di minacciare il prossimo cliente perché ti ascolti e ti dia ciò che vuoi (un appuntamento, un maledettissimo appuntamento!!).

Di pensare seriamente di emigrare in Africa a fare la missionaria, tanto a livello di soldi in entrata non ti cambierebbe molto, ma lo farebbe a livello di soddisfazione personale ed appagamento.

Di lanciare un falso allarme-bomba e porre fine al turno con due ore d’anticipo.

Capite bene che, per tutti i ragionevoli motivi qui sopra elencati, quando la tua responsabile ti chiama per dirti che da domani il tuo turnodimattina diventa turnodipomeriggio per questioni di spazio, organizzazione e postazioni mancanti, ti girino un pò quelle che, come sopra, chiameremo scatole.

E vorresti pure dimenticare il bon ton e chiamarle PALLE. Perché l’idea rende di più, e perché ti senti un pò come se si stesse sparando sulla Croce Rossa.

ALL’ALBA DI UN NUOVO GIORNO

Dopo due giorni di panico senza acqua corrente in casa (causa guasto all’impianto idrico che fornisce metà della città), dopo aver sperimentato per la prima volta l’ebbrezza di lavare i pavimenti con acqua frizzante (l’unica ancora disponibile nei supermercati, dove famiglie in panico hanno svuotato le scorte Lilia, Panna, Vitasnella e le meno note Santacroce, Sant’angelo e non ricordo quale altro Sant) ed essere partita per un rilassante fine settimana al Sud temendo di trovare al mio rientro una reazione chimica prodotta dal Fabuloso freschezza marina+ acqua con bollicine, eccomi qui.

Mentre tento di far asciugare lo smalto ma la tentazione di gettarmi a letto senza aspettare è forte (per poi svegliarmi, domani, con il letto decorato a pois color fragola e lo stampo delle pieghe delle lenzuola su ogni unghia -e se lanciassi una nuova nail art?-), non posso evitare di ricordarmi che domani è lunedì.

E’un pensiero martellante come una perdita dal lavandino, plicplicplic (a proposito di acqua), eppure è qui, alla porta, inevitabile.

Sette ore scarse di sonno e poi via, verso un nuovo giorno!, a scoprire quali superlative, originali, fantasiose risposte ci rifileranno i fortunati imprenditori che avremo l’onere o l’onore di contattare telefonicamente.

Sappiatelo, tutto sarà annotato e riportato fedelmente in questo blog.

Perché si sa: il lunedì è la giornata migliore per la raccolta delle perle, fioccano a due a due come se fossero ciliegie!, tra un fax e una segreteria telefonica.

Buon lavoro a voi tutti/e, operatori telefonici d’Italia, e buon lunedì!

CO.CO.COCCODE’

Avevo deciso di chiudere la triade ( i primi tre post di questo blog) con un intervento serio in merito al nostro contratto preferito, il co.co.pro. 

Ai suoi innumerevoli diritti e tutele (si coglie l’ironia nei pixel dei vostri pc?), alla dose massiccia di tranquillità che fornisce a chi lo sottoscrive, alla sua storia (tutta italiana, ci mancherebbe altro).

Ma c’è qualcosa di talmente tanto grottesco, ridicolo e assurdo già solo nel nome, che preferisco chiudere la terza posizione con una perla citata direttamente da uno dei contatti dei giorni scorsi.

Un magnanimo cliente (gentile, razza in estinzione!) che a telefono, per negare l’adesione alla mia proposta, dice:

‘SIGNORINA GUARDI, GRAZIE LO STESSO MA IO HO APPENA FATTO UN’ALTRA VALUTAZIONE QUESTO MESO PASSATO.’

Perché voi non lo sapete, ma la concordanza del genere maschile tra sostantivo ed aggettivo è indispensabile.

DI UCCISIONI E PAZIENZA

‘Salve, cerco il titolare’.

‘Il titolare l’ho ucciso. Sa com’è, oggi era proprio una brutta giornata’.

A Terni, alle ore 9.35 del mattino, quando il mio turno part-time è iniziato da poco più di mezz’ora, c’è chi ha fatto colazione con pane spalmato di ironia spicciola.

Io ho risposto ‘ah, ok. Allora non infierisco oltre, ché già avrà i suoi bei sensi di colpa.’

E intanto pensavo a quanto certe volte sarebbe semplice se nelle giornate di m***a l’omicidio fosse legale. Solo per soggetti scelti, eh, quelli gravemente nocivi per l’ecosistema ed il mio equilibrio psicosomatico, tipo i titolari simpatici come questo, che mi sono ancora più simpatici se causa gastrite ai massimi registrati non ho potuto prendere il caffé a colazione ma un pallido thé senza zucchero (però Lipton caramello e vaniglia, mica le chiacchiere!).

Ma il mondo di noi cocopro (che sembra tanto un esemplare animale parente di quell’orribile pulcino pio che grazie al cielo finiva spiaccicato) è pieno di questo genere di simpaticoni-improvvisati-con-battuta-pronta, così originali e degni di nota che è anche per loro che ho deciso di aprire questo blog.

Ormai aspetto la citazione del giorno… che arriva sempre, puntuale, e non delude mai.

Cito il caso di un’amica che, zona Rieti, si è trovata a parlare con il sig. FICCO FELICE. (Non dovremmo ridere per quanto è truce, lo so, eppure volevamo addirittura immortalare la schermata del pc con una foto.) Sig. Felice, se dovesse mai leggermi non ce ne voglia. Siamo delle povere operatrici di call center che devono trovare un senso al proprio turno lavorativo.

E poi, il suo nome è un destino. Che fortuna!

CHI BEN COMINCIA…

Se la URL  ‘Le mie prigioni’ non fosse stata già occupata quando ho aperto WordPress per dare un volto -anzi, un layout- alla mia idea, questo blog si sarebbe chiamato così.

E ‘Silvio Pellico stava meglio’ sarebbe stato solo un sottotitolo. Per ovvie ragioni di nome già esistente, però, ho dovuto ripiegare: sappiatelo, quindi. Si tratta di prigioni. Che ognuno ha le sue, e qualcuno le condivide pure.

Di che parliamo? Di una passione, di un ideale, di una moda, di un movimento, di una revoluciòn?

NO.

Parliamo di un popolo.

Un popolo che se si potesse rappresentare in un quadro, assomiglierebbe a quello famoso di Pellizza da Volpedo, il Quarto Stato: una massa di contadini grigi e arruffati, pronti a usare le forche.

Questo popolo,invece, pur essendo altrettanto incazzato, è forse un pò più frustrato e rassegnato.

E’un popolo di co.co.pro – tra i più pazienti e virtuosi, che al posto delle forche utilizza quotidianamente un altro strumento di tortura: LE CUFFIE.

Ebbene si, lettori cari, forse ce n’é qualcuno anche tra di voi… Gli/le Operatori/trici Call Center.

Altresì detti ‘addetti al telemarketing’, che nel 70% dei casi sono laureati/laureandi vittime del sistema lavorativo italiano, con necessità di mantenersi in una città che non è quella d’origine o di mettere qualcosa da parte per realizzare il sogno americano/londinese/australiano/tedesco e così via.

Anch’io appartengo alle fitte schiere di telefonisti che ogni mattina bevono caffé corretto alla pazienza (dose doppia, grazie) e si preparano ad un’altra giornata di ‘prontobuongiornosonoXlacontattodagliufficiYc’éiltitolare?’ seguiti dalle risposte di repertorio (a. vaff****hjomlxyemaph****èlaquintavoltachemichiamateeeeeeeeeee; b.non mi interessa niente*SBAM* -cornetta sbattuta-; c.le divertenti ed originalissime varianti a cui dedicherò un post approfondito).

Questo blog nasce per condividere, perché si sa, mal comune mezzo gaudio.

Ma nasce soprattutto per strapparmi e strapparvi una risata con le mie e vostre testimonianze, perché si sa: da ridere c’é poco… ma è meglio di niente!