UN POST (SEMI)SERIO

E’venerdì, c’è un sole che illude di essere già a primavera inoltrata, ti fa venire voglia di buttare tutti i vestiti nero-grigio-sfumature varie ed eventuali per vestirti solo color salmone, cielo, prato e così via.

Di venerdì sono più felice: venerdì è il giorno che mi salva, che chiude la mia settimana ‘lavorativa’ (almeno per quanto riguarda il telemarketing), venerdì è il giorno in cui inizia una parentesi di riposo, film, shopping (a budget limitatissimo, s’intende),spritz, film, sonno, in cui posso dimenticare fino al lunedì mattina il ritornello prontobuongiornograziearrivederci.

Di venerdì sono anche un pò più triste, e ironizzare mi è un pò più difficile: perché nel 90% dei casi la settimana è stata estenuante, ti ha tolto un altro pò di energie, ti ha ‘arresa’ ancora un pò… e perché di venerdì si sa già che il week end è troppo breve.

Oggi riflettevo su quanto io non abbia mai condiviso l’atteggiamento, molto comune a dire il vero, di alcune mie ‘colleghe’, ragazze nella fascia dai venti ai trenta (per non parlare delle più agées, le ‘signore’ di 40 e 50 anni) che si trovano a fare le operatrici telefoniche per svariati motivi.

Il primo è la crisi, ovviamente: continuo a sostenere la teoria che, se solo avessimo una minima scelta, i call center si svuoterebbero di colpo.

Il secondo può essere uno qualsiasi a scelta tra: non hanno proseguito gli studi, non si sono specializzate, arrotondano un primo part-time, fanno di necessità virtù e via discorrendo.

L’atteggiamento di cui parlo è quello che definirei ACCANIMENTO. Sedersi alla postazione per sgolarsi, sfiatarsi, consumarsi la voce e la mente in una specie di ‘gara’ a chi prende più appuntamenti, vincere la vicina o quella bravissima che ne fa millemila senza sforzarsi, mettersi in competizione con chiunque, impazzire se non si raggiunge il numero richiesto.

Scusate eh… ma io le guardo e penso: CHE AVETE PASSATO NELLA VITA?! Sarà un mio limite mentale… ma in questo lavoro io non ci vedo NIENTE che possa stimolarmi. La competizione, quando c’è (spesso e volentieri, cioè) è malsana e innaturale, e il mio obiettivo quando mi siedo su quella sedia è fare il MINIMO INDISPENSABILE per salvarmi la pelle, aka tenermi il posto e l’esiguo ‘stipendio’ che mi ‘assicura’ (tuoni, fulmini e lampi: ho parlato troppo o troppo presto? Lo scoprirete nelle prossime puntate!!). Senza accanirmi, senza esasperarmi, senza perdere due chili per lo sforzo: perché trovo che questo lavoro sia già di gran lunga esasperante e ‘sfinente’ (nuovo dizionario della lingua italiana, trovate il termine alla voce ‘neologismi assolutamente necessari’) senza metterci il carico da dieci.

Mi risulta davvero strano e difficile capire come si possa vivere per ottenere un risultato giornaliero, che non è altro che un numero in rosso sulla lavagna, che comunque non apporta arricchimento, gratificazione né crescita professionale. Mi risulta stranissimo che la massima aspirazione di una ragazza di venticinque anni, sveglia e capace nella media, sia scrivere 4 anziché 2, lottare per questo genere di mestiere. Mi risulta strano, forse, per il modo in cui la vedo io: devo sopravvivere, vado e faccio quello che RIESCO, senza scompormi più di tanto.

Ne va della mia salute mentale, della mia serenità e della mia intelligenza; non mi suicido certo se scrivo 1 invece di 5, se so che quell’1 è sufficiente a tenermi il posto in attesa di trovare di meglio. Perché cerco e cercherò sempre ‘di meglio’.

Poi, però… poi sento storie come quelle del caso Almaviva Contact, vedo gente che scende in piazza a Palermo, Roma, Napoli e Catania, oltre 600 persone a manifestare contro la delocalizzazione del loro posto di lavoro, quel posto di lavoro che gli dà di che vivere, mangiare, pagare le bollette, provvedere ai figli, oppure, magari e perché no, concedersi un regalo ogni tanto.

Penso a tutte le volte che anch’io mi sono ripetuta ‘è pur sempre un lavoro’, è meglio di niente, è meglio del niente di svegliarsi la mattina e non avere nulla da fare, è meglio del niente che si guadagna se non si fa niente.

E’un mondo brutto quello che ci costringe a scegliere tra niente e meglio di niente, lo so. E’un mondo crudele e privo di meritocrazia, un mondo che ha perso i sogni e pure 3/4 di speranza. Ma nella cruda realtà, è questa la realtà: sono io che mi faccio forza con questi pensieri, sono quelle persone che rischiano la cassa integrazione e scendono in piazza a urlare, fare i flashmob e difendere quel poco che hanno, anche se, sono sicura, a cuore in mano forse quasi tutti loro confesserebbero che questo non è il lavoro che avrebbero scelto, se avessimo scelta.

Ma è un lavoro. E il lavoro è vita, senso, dignità, indipendenza, è vero, terribilmente vero.

E da questo punto di vista, io capisco anche le mie giovani colleghe che a denti stretti s’infilano la cuffia come fosse un’arma: dove non esiste gratificazione, crearsela non è un crimine.

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3 pensieri su “UN POST (SEMI)SERIO

  1. Mi piace molto anche… Descrivi perfettamente la piccolezza della quotidianità, che però racchiude un’immensità di sogni, speranze, sogni, pensieri. La “miseria” e la ricchezza, che convivono sempre come quasi tutti gli opposti 🙂

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