TROVARSI DALL’ALTRA PARTE

Lunedì pomeriggio.

Lilaccì entra in uno studio con cui collabora da un anno per (poche e mal pagate) traduzioni frìlens.

Il titolare del suddetto studio dice accomodati, Lilaccì, un secondo che prendo la ricevuta e il compenso e blablabla.

Lilaccì si accomoda, respirando aria d’ufficio, di stipendio chiamato tale, forse pure di contratto, se le impiegate sono particolarmente fortunate.

Lilaccì attende, con i fogli in mano, mentre il titolare è nell’altra stanza e lo sente rispondere al telefono.

‘Pronto? Si? No guardi lasci perdere che non m’interessa niente!’ SBAM.

Lilaccì avvampa interiormente e sussulta sulla sedia. Non è difficile immaginare chi fosse dall’altra parte, vista la risposta dell’impomatato in giacca e cravatta (anzi, oggi in polo Lacoste e pantalone Armani).

Ma Lilaccì è in incognito: qui non sanno della sua doppia vita, non sanno che, tolti i panni della tranquilla giovane traduttrice che tenta di vivere del proprio lavoro, diventa una spietata telemarketer.

‘Ah, le telefonate commerciali. Una perdita di tempo e un fastidio che non le dic…*squilla l’Iphone 5 di Mister Lacoste*, mi scusi, torno subito!’

Lilaccì impassibile sulla sedia in pexiglass di alto design italiano pagata quanto lei finora non ha mai guadagnato neanche in un anno intero: avvampa ma non si scompone.

Vorrebbe buttare all’aria tutti i costosi pezzi d’arredamento di questo intonso e perfetto ufficio e spiegare all’uomo dal mocassino-modello-Briatore chi e cosa c’è dietro quelle noiose ed inutili telefonate.

Il telefono (fisso) RI-squilla, mentre lui è ancora impegnato con l’Iphone.

Ormai, dopo un anno di un proficuo e rispettoso  rapporto di lavoro (leggasi sfruttamento perché io ne ho bisogno per non soccombere e tu perché non sai l’inglese e ti costo quasi zero), c’è confidenza. Quindi Mr.Business urla dall’altra stanza ‘Scusi, Lilaccì, che può rispondere lei al telefono?’

Lilaccì risponde… e non si sorprende per niente.

‘Si, mi dica… ah, XXX dice? Si, l’azienda di luce e gas, la conosco. Mi dica pure…’

Un ragazzo, forse nemmeno tanto più ragazzo, dall’accento non propriamente milanese (chissà da dove chiama, forse dalle mie parti?), inizia a spiegarmi di una validissima promozione per i clienti P.IVA, una promozione che suo malgrado Lilaccì conosce a memoria ma che comunque ascolta.

‘Ah, ok, ho capito… guardi, mi sembra un’offerta molto vantaggiosa, ma purtroppo devo dirle che siamo gestiti da un ufficio estero con sede a X, è lì che si occupano degli accordi commerciali. Non credo voi trattiate  con l’estero dalla vostra sede, giusto?’

‘No, infatti signorina, se siete gestiti dall’estero posso cancellarvi e basta!’

‘Va bene, mi dispiace di non poterla aiutare. Grazie comunque e buon lavoro!’

‘Grazie a lei, signorina, è stata gentilissima. Buon lavoro anche a lei!’

Tempo speso in questa conversazione: 3 minuti scarsi.

Lilaccì sa le domande, e sa anche le risposte giuste da dare. Sa che quel ragazzoforsenonpiùtale ha chiuso con un sorriso, un pò meno amareggiato di prima, sentendosi rispettato per il lavoro che fa e che gli permette di vivere, probabilmente.

Il mocassino torna con passo felpato, fogli e soldi (si, contanti, visto quanto sono pochi) tra le mani.

‘Grazie mille Lilaccì, mi scusi eh, una telefonata urgentissima… Chi era?’

‘Nulla, non si preoccupi. Una di quelle inutili telefonate commerciali. Grazie, eh. Arrivederci!’

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