A CHRISTMAS CAROL

Scusate se sarò molto poco mainstream: niente flashback di un dolce Natale tuttistrettintornoalfuoco, niente propositi per l’anno nuovo (anche se ne ho).

Ma sono state delle ferie/feste davvero davvero del ciufolo.

Sarà che io adoro il Natale, letteralmente. L’euforia dei bambini non mi è mai passata, solo si è attenuata negli anni; quello scorso, col lavoro al call center e la depressione incalzante, più un terribile lutto in famiglia subito prima di Capodanno, il mio augurio tipico per chiunque è stato buonnataleuncazzo. Ma questo, invece, l’ho aspettato con ansia e amore proprio come quando ero piccola.

Complice la stanchezza cronica con cui sono arrivata all’ultimo giorno di lavoro (dopo un anno di vere battaglie, sei mesi di doppi e tripli lavori, corri qui e corri lì, un trasloco, crisi sentimentali e varie delusioni o per meglio dire mazzate a livello di rapporti amichevoli ed interpersonali, scelte difficili… no, non mi sono fatta mancare nulla!), io letteralmente non vedevo l’ora. Nel senso che non la vedevo più, perché mi si era appannata la vista, le sinapsi erano già in sciopero da venti giorni ed io a stento ricordavo il mio nome. Quindi, sbagliando come sempre, ho caricato tutto di eccessive aspettative.

Natale, casa, famiglia! Relax, cibo, caminetto! Sorrisi e abbracci, gente che non vedo da tanto, calore umano! Riposo, affetto, luci, profumo di caldarroste, la mia città! Tutto con un grande punto esclamativo.

E qui subentra il ciufolo. Perché, anche se c’è stato un po’ di tutto questo (tanto – troppo! – cibo, il caminetto, la mia città vestita a festa, il profumo di caldarroste ed anche quello di zucchero filato, alcuni amici del cuore che vedo sempre troppo poco, un bel po’ di relax fisico – diciamolo, ho vissuto tra il letto ed il divano e ho dimenticato cosa significhi ‘attività fisica’ in questi giorni), c’è stato anche molto altro.

C’è stato il senso di inadeguatezza, come sempre quando torno nella mia terra d’origine e a casa mia (dei miei genitori?); la sgradevole realtà con cui mi scontro, e cioè che è cambiato tutto da quando me ne sono andata, anche – e soprattutto – le persone; le attese disilluse, come quella di rivedere gente che non si degna di uno squillo in due settimane nonostante ti tartassi di sms e ‘quando torni?’ quando sei via; le continue discussioni con genitori, sorelle, fidanzato (sarà che il torpore rende tutti più irascibili?), la mancanza di tolleranza gli uni verso gli altri, il tempo mal sfruttato, passato a ricordarsi la lista dei reciproci difetti e presunti consigli anziché andare a bersi un caffè insieme al bar. La verità nuda e cruda: impossibile ri-abituarsi, dopo cinque anni di vita indipendente.

Ormai ho le mie abitudini, dal cibo al modo di fare il bucato a quello di gestire i miei rapporti interpersonali; e trovo assurdo che qualcuno, peraltro della mia famiglia, tenti ancora dopo trent’anni di modificarmi, senza invece accettarmi per come sono e punto.

No, non siamo una famiglia degenere, anche se è questo il quadro che vi sto dando: siamo una famiglia assolutamente normale, anche molto unita per certi versi, adoro mia madre e sono legatissima a lei, forse troppo – al punto tale da lasciarmi condizionare, nelle mie scelte, dal suo giudizio, e mettere tutta la mia vita in discussione per una sua parola di troppo.

Ma è andata così, come sempre – o spesso – quando ci si ritrova per periodi più lunghi dopo mesi di visite fugaci, limitate al week end.

Questo mi intristisce, a me che non so accettare i cambiamenti, soprattutto all’interno dei nuclei che ritengo le mie uniche certezze.

Mi intristisce non aver speso meglio il tempo, ora che le famigerate ferie sono finite, io devo ripartire e riprendere il solito tran tran – lotta quotidiana che è la mia vita, e chissà quando avrò ancora l’occasione di passare dieci giorni a casa mia.

Nonostante tutto, la sento casa mia: e ogni volta torno a chiedermi come sarebbe stata la mia vita se non me ne fossi mai andata, se avessi continuato a studiare qui, se avessi cercato un lavoro in questa città famosa per non offrire poi molto.

Mi rispondo che forse, anzi di sicuro, avrei avuto una vita millemila volte più semplice: la famiglia vicina, il calore umano a disposizione, l’amore incondizionato a portata di mano. Cosa sarei, cosa starei facendo non lo so e non posso saperlo.

So che, inevitabilmente, quando parlo con persone rimaste qui per tutta la loro vita sento tra me e loro un’enorme distanza, e non per presunzione. Ma finisco sempre per invidiarle un po’: per la loro vita semplice, in una città semplice, con aspettative semplici.

Io ho sentito l’esigenza di partire, di vedere di più, di confrontare: sono cresciuta molto, ho imparato tanto e qualcosa di cui essere fiera ce l’ho, ne sono consapevole.

Ma non sono mai stata troppo brava ad assolvermi e lodarmi. Eppure convivo con una persona che amo, nonostante tutti i problemi, e che voglio accanto a me nel mio futuro; eppure, oggi, dopo una gavetta a prova di istinti suicidi e solo con le mie forze, faccio un lavoro che mi piace, inerente a quello che ho studiato (precario e sottopagato, certo, ma questi sono dettagli trascurabili fino al prossimo licenziamento). Un lavoro che nella mia città non avrei mai trovato, questo lo so.

Tornare qui, però, mi fa mettere in crisi tutto. Ho ripensato anche alle mie scelte lavorative, mi sono detta che forse dovevo accettare il lavoro più brutto, ma più sicuro e pagato; mi sono detta che se fossi rimasta qui, forse sarei stata felice anche facendo la commessa, come tante mie amiche e conterranee.

Tornare qui mi fa ricordare quanto mi pesi vivere in una città in cui si parla un dialetto diverso, che non sento mia del tutto, dove ho mille conoscenze ma nessuna potrà sostituire la schiettezza delle amicizie storiche da liceo, quelle che ancora oggi puoi chiamare alle due di notte e piombargli in casa in pigiama, così difficili da ricreare altrove, non so se per colpa mia o degli altri. Mi fa ricordare quanto, alle volte, sia triste non poter chiamare mia madre la domenica per pranzare tutti insieme, passare dalla mia zia preferita che ha sempre una tazza di caffè e un consiglio per i miei dubbi, godere della saggezza di mia nonna.

Tornare qui, non so a causa di quale malvagio sortilegio, mi ricorda tutto quello che ho perso e perdo ogni giorno (i momenti, i sorrisi, le persone, gli aneddoti da raccontare al pranzo di Natale) e cancella quello che ho guadagnato.

E ora le ferie sono giunte al termine e io devo ripartire, e sto cercando di farmi forza pensando a lui che mi aspetta nella nostra casa, al lavoro e a quello che imparerò, al sollievo di non dover più discutere sulla mia presunta mancanza di tolleranza nella vita o su quanti carboidrati mangio al giorno.

Ma non è facile, davvero. Anzi, è facile un ciufolo.

Annunci

6 pensieri su “A CHRISTMAS CAROL

  1. Oh santa polenta… Natale è anche questo, senza ombra di dubbio, quando si vive lontani. Io sono una di quelle “mai partite” ed è vero che ho tutto quello che manca a chi se ne è andato a vivere altrove. Ma, e questa è la cosa buffa, invidio da sempre chi se ne è andato. Perché deve sopportare gli aspetti brutti della vicinanza “solo” 10 giorni all’anno. E quindi, i condizionamenti, se li scrolla di dosso ogni volta che riparte…
    Ma è tutto relativo, poi, penso. Dipende sempre tutto dalla serenità interiore: qui o là, vicini o lontani.
    Ti rifaccio i miei migliori auguri, sono certa che per te l’anno nuovo sarà foriero di un sacco di esperienze nuove che forse ti porteranno ancora più “lontano”, ma, e qui sta il bello, forse ti portano al tuo posto nel mondo, dove è bandito tutto ciò che mina la tua serenità.
    Un bacione!

    • Grazie, dolcissima Bia… ti ricambio questi auguri a 360 gradi! Ed in effetti è come dici, chi resta invidia un po’ chi parte e viceversa… ma tutto sta nel trovare la propria dimensione, che ci si porta poi dietro ovunque!

  2. Cara Lila, io sono una delle rimaste. Come dici tu, rimanere vicine alla famiglia è per molti versi semplificante: soprattutto quando hai figli, come me, la famiglia vicina, la nonna al piano di sopra, la zia per le emergenze… sono un aiuto impagabile. Però c’è una leggera invadenza costante, tutto l’anno, tutti i giorni, meno amplificata di come la senti tu in quei 10 gg all’anno, ma c’è sempre, e di conseguenza gli scontri. Che dire? Io sono rimasta per amore, e spesso mi chiedo che vita avrei fatto se avessi lasciato il nido come alcune mie amiche hanno fatto, studiato e poi cercato un lavoro fuori. Non lo so, al momento ne sarei stata lieta, probabilmente, la vita in città (io abito in un piccolo centro) le maggiori possibilità di svago (teatri, iniziative ecc.) però credo che oggi avrei rimpianto molte cose che la vicinanza alla famiglia mi consente di vivere, come figlia, come sorella, come madre…
    Buon 2014!

    • Il che, dolce Violetta, è esattamente ciò che rimpiango io! Vero per le possibilità in più, che ti aprono la mente (ma oggi, arrivo a dire che non sempre è un bene), ma la famiglia è la famiglia. Hai ragione sull’invadenza, che era invece quello che mi pesava quando vivevo ancora a casa! Tantissimi auguri anche a te, ti abbraccio… 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...