NON SIAMO TUTTI LUIGI TENCO

C’era lui che scriveva quando era triste, perché quando era felice usciva.

Ci sono io, invece, che esco a prescindere (perché devo andare a lavoro – a fare la spesa – in palestra per salvare il salvabile dalla forza di gravità – a fare volontariato perché mi serve una scorpacciata di endorfine), però quando sono triste mi metto in stand-by.

Lo faccio solo all’interno: l’esterno, per i motivi di cui sopra, deve continuare a girare.

Ma dentro, ah, dentro ne succedono delle belle: dentro, io smetto di vivere la routine quotidiana che ciascuno di noi si costruisce e agisco come se dovessi aspettare tutta la vita.

Cosa? E chi lo sa. Intanto aspetto, premo il tasto pausa, dò poche occasioni alla vita.

Parlo meno, rispondo meno. E scrivo meno, non so se l’abbiate notato. (Però ci sono, da tutti/e voi, quotidianamente).

Magari, a volte, le pause servono. Ma non le pause di riflessione: io vorrei le pause di estraniamento, senza pensare, senza neanche doverlo fare.

Comunque, ormai lo sapete, basta poco. Qui la temperatura media è sui 35, anche se solo per qualche giorno prima che torni giugnembre con le sue piogge. Allora basta la mia vicina col pancione e una maglietta a righe bianca e blu, che da quando è incinta sembra aver trovato la pace dei sensi e le importa solo di innaffiare i suoi fiori, coccolare i cani e cantare.

Basta uscire in un pomeriggio di solitudine totale per farsi un regalo, si, un vestitino a fiori che proprio mi serve, così come lo smalto rosa Barbie portabile solo d’estate, e forse neanche d’estate, però fa allegria e allora chissenefrega.

Basta alzare il volume della musica (God bless Spotify) e pulire casa fino a farla brillare, poi sentirsi soddisfatti di un week-end salutista da pensionata, ma a volte serve rimanere soli, non dover parlare, andare a letto presto ed essere già attivi alle otto di mattina.

Basta guardare un paio di foto. Una ve la regalo: è il mio sorriso per voi, perché abbiate una domenica splendente.Immagine